Volevo capire come mai il film di Virzì non fosse stato preso in concorso a Cannes, e così dopo la prima, l’ho visto anche la seconda volta.
La trama è nota: due donne di età e classi sociali diverse, Beatrice e Donatella, costrette a stare in una comunità per “donne disturbate”, riescono a fuggire.
Devo essere sincera, tolte due o tre «cosette» – come le definirebbe il personaggio della Bruni Tedeschi nella storia – trovo sia un film gradevole. Una «commediaccia», certo, in linea con un genere tipicamente – mi viene da dire «esclusivamente» – italiano, ma pieno di cose buone. Le attrici innanzitutto. Devo ammettere che, per certi aspetti, e forse per questione generazionale, mi verrebbe da dire «l’attrice». Trovo Valeria Bruna Tedeschi non solo brava, ma anche «colta» (quando si incattivisce, in questo “La pazza gioia”, tira fuori sprazzi da Bette Davis in «Che fine ha fatto Baby Jane?»), oltre che, come Bette Davis, spiritosa quanto crudele. Micaela Ramazzotti la conosciamo. È generosa, intelligente, materna abbastanza per sostenere la parte, e, come al solito – ed è un merito – al servizio del film. È bella anche la sceneggiatura, forse con qualche lungaggine di troppo, e un po’ di caratteri maschili che, se non fossimo in Italia, renderebbero la storia leggermente caricaturale: mi riferisco all’ex-amante di Beatrice (la Bruni Tedeschi, nel film) che le fa la pipì in testa dal balcone, ma in qualche modo anche all’ex marito della stessa che è così tontolone da riuscire a vederla solo come una «bomba del sesso»; così come al gestore della discoteca, l’uomo con cui Donatella (Ramazzotti) ha fatto un figlio e che è letteralmente terrorizzato da lei, nonostante che noi non sappiamo esattamente il perché.
Costituiscono, questi tre, quattro soggetti – se ci mettiamo anche il tipo cui, all’inizio della storia, le due rubano la macchina, che vorrebbe subito fare sesso a tre: «ci ha scambiato per due puttane!», dice la giovane, e giustamente si incazza; ma così non può essere: se le avesse scambiate per due prostitute sarebbe tutto molto più chiaro, come sempre quando vi siano di mezzo i soldi, e invece no – un universo di meschinità e di scempiaggini gratuite, un po’ assurde, a volte francamente incomprensibili. Tutto succede in modo tale, da far pensare che i gesti degli uomini servano quasi esclusivamente a fare andare avanti la storia. Poi, se ripensi a certe cronache del nostro paese, ti dici che no, «Effettivamente, è vero, potrebbe succedere, perché no?». E ti viene da pensare che però forse sono state proprio queste caratteristiche a far propendere i francesi per una sorta di improbabilità, una «caricaturalità» appunto, del film, la proposizione a tavolino di un «diagramma a tesi», una tesi già vista.
Dico questo perché, qualsiasi sia la molla che muove questi uomini (che siano la paura, il piacere, la pura e semplice beffa) ciò che li accomuna è la sicurezza assoluta che le loro azioni non avranno conseguenza alcuna, avendo essi a che fare con due «donne» – non solo, ma con – «due matte». Cosa, questa della sicurezza maschile basata esclusivamente sulla radicalizzazione del conflitto (fra pazzi, mi verrebbe da dire), nella realtà italiana tutt’altro che improbabile.
E funziona quindi, questa sceneggiatura (anche se forse, con delle lungaggini di troppo, quando per esempio Donatella alla fine racconta quello che sappiamo sin dall’inizio, e si capisce che è un po’ un modo per aggiungere un tocco di romanticismo, e rivedere, tra un’ondata e l’altra, sottacqua, ciò che le è successo e il motivo per cui è finita a Villa Biondi), scritta da Francesca Archibugi con Virzì. Un dubbio che avevo mentre guardavo il film, e che ancora ho, riguarda la «salute mentale» di chi gestisce la comunità: questo universo di paramedici, assistenti sociali, medici, direttori raccontati con un occhio forse un po’ troppo benevolo.
E non perché in Italia non vi siano «comunità» di quel tipo, situazioni cioè in cui la suora dà una mano alla dottoressa (bravissima anche Valentina Carnelutti, nella parte), molto di più di quanto possa farlo la parente di una ricoverata o l’assistente sociale. Però su questo, qualcosa da dire ce l’avrei, perché secondo me a volte sono proprio le «comunità» territoriali (la scuola, le parrocchie, le comunità amicali) ma non solo, in qualche modo anche la cosiddetta «rete di controllo sociale» in generale, a distinguere troppo tra «buono e cattivo», tra «bene e male» – a realizzare quindi, un meccanismo di «esclusione» – dando con ciò origine, proprio ai disturbi che, anni dopo, nella stessa persona andranno a (tentare di) curare. Mi spiego: tutto sommato entrambe queste donne, pur se appartenenti a diverse classi sociali possono scegliere solo fra le discoteche, la vacuità più totale, due madri più pazze di loro, e delle comunità che – anche se formate da brave persone, appaiono sinceramente – e in questo la Beatrice ha ragione – molto «noiose».
Che fanno, infatti, i «lavoratori» e le «lavoratrici» di quella comunità fuori da lì? In questo senso parlo di «salute mentale». Chi sono? Come vivono? Sono solo dediti e dedite ai folli e alle folli? O forse è solo la sceneggiatura che qui, sì davvero, è carente? Come vive, chi è la dottoressa? Cosa fa, quando esce la sera il direttore? O (e non mi pare che sia così) è la discoteca in sè che non va bene, è il lungomare d’estate (o la piscina, peggio ancora, per carità) a far casino, e così tanto, in modo così drammatico nella vita di queste due donne? Se stanno male per colpa degli uomini, e gli uomini sono delle «macchiette», c’è o no qualcosa che non va? Come si fa, allora, ad ammalarsi per uomini così? Non saranno anche loro, per «non andare fuori tema», costrette dalla sceneggiatura, a diventarlo? E se non sono gli uomini a renderle così, che cos’è? «Noi siamo nate tristi», si dicono ad un certo punto. Sarà. Contro la tristezza neanche lo «scoutismo da comunità» potrà nulla, mi sa.
Belli i costumi di Katia Dottori, studiati «per scena» quasi come i personaggi fossero protagonisti di quadri e non di sequenze narrative; belle le musiche di Carlo Virzì, mai sovrabbondanti, così come bella è la fotografia fortemente contrastata (goccioline su pelli sudate, capelli crespi che invadono lo schermo di tinte, colori delle camicie che fanno male agli occhi) di Radovic; brava Cecilia Zanuso per il montaggio.
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