Una donna ha il marito che sta morendo di tumore. Lei e il figlio adolescente sono decisi a tutto, purché lui non soffra: questo film parla di quel che succede quando sta male una persona amata, e di come la burocrazia, nella maggior parte dei casi blocchi gli aiuti, invece di favorirli. Ma è un film fatto di prospettive personali, punti di vista "particolari": il regista inquadra spesso le scene da dietro un vetro, o le copre in parte con pareti mobili d'ufficio, se ne ritaglia un pezzo usando le mura degli appartamenti, le scale, le colonne degli androni. E sicuramente, se omaggio è, lo è più all'uso della luce (nella storia dell'arte e) nel cinema, che alla sofferenza e al disagio, come spesso, senza volere accade in questo genere di film. Così, qualsiasi cosa (un orologio, una scala, i riflessi in un vetro, un volto umano, un dialogo fra la protagonista e l'addetta all'accoglienza) diventa un'occasione per mostrare le coincidenze, la forza delle cose e degli esseri umani, le connessioni che corrono nel mondo. Disagio e sofferenza, sembra dire il regista Rodrigo Plà, sono ciò a cui ci si deve ribellare.
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