Un grande Oliver Stone quello di "Snowden", che non risparmia critiche ad Obama e prende posizione con molta chiarezza al fianco del giovane che nel 2013 mise quasi in ginocchio quello che, nel film, è definito "il più grande continente del mondo", gli USA. Il film è davvero un inno al coraggio, alla determinazione e anche alla fragilità emotività di un ragazzo sofferente (la forma di epilessia che gli fa cambiare lo sguardo sul mondo è descritta quasi come una dote, e Snowden smetterà, a un certo punto, di prendere i farmaci che ne rallentano le facoltà) un esperto di informatica arrivato giovanissimo ai massimi livelli, che ha rinunciato a un posto di potere, a molti soldi, e a una vita stabile per dichiarare al mondo intero, non solo che siamo tutti spiati e che il terrorismo è una scusa per tenerci tutti sotto scacco, ma che le guerre "per portare libertà" condotte dagli Stati Uniti (nessun presidente escluso) in giro per il mondo, sono operazioni portate avanti come lavori di routine, da persone snervate che si servono dei droni, come di giocattoli, e ridacchiano della morte di innocenti inermi. Uno Stone al meglio quindi, un esercizio di stile (complice l'uso di una macchina da presa che si incanta davanti alle meraviglie della tecnologia) non slegato dal racconto di un'umanità che sceglie la caccia al fagiano per rilassarsi i nervi (i responsabili supremi della sicurezza), e che può essere messa in crisi solo dalla sincerità davvero struggente di un giovane che, proprio come è nell'Idiota di Dostoevskij, sceglie di rimanere "umano", per rimanere se stesso. Dal 2013, Snowden vive in Russia. Gli Stati Uniti gli hanno ritirato il passaporto e su di lui pesano denunce che vanno dal furto di notizie di proprietà del governo, allo spionaggio.
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